Bicentenario Nascita Don Bosco
Don Bosco e la diocesi di Casale Monferrato
PREMESSA
Tra don Bosco e la diocesi di Casale Monferrato, intesa come territorio e persone ad essa appartenenti, si instaurò una fitta trama di rapporti. Non si è lontani dal vero ad affermare che fu una delle diocesi più care a don Bosco. Tentare di approfondire gli eventi e le relazioni intercorse con il clero e laicato monferrino comporterebbe una ricerca a tutto campo, lunga e meticolosa. Da parte nostra ci limiteremo a considerare alcuni dati interessanti senza alcuna pretesa di esaustività o completezza. Abbiamo anche voluto citare con un certa abbondanza documenti del tempo, soprattutto lettere dell’epistolario di don Bosco, quasi per riascoltarne la voce e il pensiero. Nostro punto di riferimento costante è stato il volume di Luigi Deambrigio, Le passeggiate autunnali di don Bosco per i colli monferrini. Da tale volume abbiamo dedotto gran parte delle informazioni riportate nella nostra sintesi. Tra le fonti utilizzate dal Deambrogio, oltre a numerosi documenti archivistici, ci sono le Memorie Biografiche di San Giovanni Bosco (= MB) che, al di là dello stile un po’ retorico e aneddotico, offrono una miniera di informazioni per una prima conoscenza dei contatti avuti da don Bosco con i suoi contemporanei.
Siamo consapevoli che nella compilazione di questi fogli qualche svista o grave dimenticanza ci può essere scappata. Del resto il lavoro è nato come semplice esercitazione svolta nell’ambito del corso di salesianità istituito presso il Noviziato di Monte Oliveto, a Pinerolo. Speriamo che il tutto possa servire a fare memoria di quanto don Bosco fu legato alle nostre terre e, d’altro canto, di come il suo affetto fu altamente ricambiato da giovani, famiglie e sacerdoti.
La comunità salesiana di Monte Oliveto, Pinerolo
LE PASSEGGIATE AUTUNNALI
Nel corso della sua vita don Bosco conobbe e visitò personalmente diverse località della diocesi soprattutto grazie alle cosiddette passeggiate autunnali. Possiamo paragonare queste esperienze a veri e propri campi estivi destinati ai ragazzi più meritevoli. Duravano per tre o quattro settimane, generalmente a fine settembre, inizio ottobre. Di solito i parroci locali, preavvisati, si prestavano per offrire ospitalità alla truppa dei ragazzi di Torino. Accanto all’aspetto ricreativo, le passeggiate avevano un forte risvolto pastorale e vocazionale sia per i partecipanti sia per le popolazioni di volta in volta incontrate. Seguendo lo studio del Deambrogio, riporteremo alcuni dati relativi alle passeggiate autunnali del 1861 e del 1862.
Le prime passeggiate autunnali ebbero come meta paesi dell’astigiano, partendo da località in cui don Bosco aveva vissuto la sua fanciullezza. Dal 1861 ecco che l’orizzonte delle passeggiate si allarga e si arriva nel Monferrato. “Nell’ambito di due anni, attraverso alle colline monferrine, percorse un itinerario rassomigliante ad un anello che, partendo sia la prima sia la seconda volta da Villa S. Secondo (diocesi di Asti), doveva chiudersi in ambo i casi a Mirabello. La prima volta (1861) da Villa S. Secondo percosse la parte Nord dell’anello: Alfiano – Crea – Casale – Mirabello; la seconda volta (1862) ne percorse la parte Sud: Calliano – Grana – Montemagno – Vignale – Camagna – Mirabello. Ambedue le volte da Mirabello si sarebbe portato ad Alessandria per riprendervi la via di Torino”[1]. Nel 1861 la partenza effettiva avvenne da Torino il 4 ottobre. Ai Becchi il gruppo celebrò la festa del Santo Rosario. Si portò poi a Villa S. Secondo da dove partì per Alfiano il 9 ottobre. Il rientro a Torino avvenne il 19 ottobre. I chilometri percorsi furono circa 234, di cui 132 a piedi e 102 in treno, da Valenza a Torino, su carrozze riservate. Tredici le parrocchie della diocesi di Casale toccate da don Bosco, dislocate nei seguenti comuni: Alfiano, Castelletto Merli, Ponzano, Forneglio (Santuario di Crea), Serralunga, Ozzano (Lavello), San Giorgio (Stazione), Casale Monferrato, San Germano, Occimiano, Mirabello, Lu, San Salvatore. Nel 1862 la partenza da Torino avvenne il 4 ottobre. Dopo la festa della Madonna del Rosario ai Becchi, ci si mise a piedi alla volta di Castelnuovo, quindi in direzione di Villa San Secondo. Di qui iniziò la passeggiata per il Monferrato, a Torino si ritornò il 18 ottobre. I chilometri percorsi in treno da Alessandria ad Asti circa 90, quelli fatti a piedi 135. Dieci le parrocchie della diocesi di Casale toccate: Calliano, San Desiderio, Grana, Montemagno, Vignale, Casorzo, Camagna, Conzano, Mirabello, (San Salvatore), Castelletto Scazzoso.
Le successive passeggiate autunnali, svoltesi come sempre dopo aver celebrato ai Becchi la festa del Santo Rosario, si spinsero oltre il Monferrato, più a Sud e più a Est di Alessandria. L’ultima passeggiata autunnale nel 1864 portò i ragazzi a Genova, a vedere il mare.
RAGAZZI E VOCAZIONI PROVENIENTI DAL MONFERRATO
Svariati fattori, tra cui la stima goduta da don Bosco da parte del clero locale e anche le stesse passeggiate autunnali, determinarono un significativo flusso di ragazzi e aspiranti chierici dai paesi del Monferrato all’Oratorio di Valdocco e, ovviamente, alla casa di Mirabello Monferrato. Quest’opera, prima casa fuori Torino, venne aperta nel 1863 e fu trasferita a Borgo San Martino nel 1870. Abbiamo alcuni dati relativi ai ragazzi della Diocesi di Casale dimoranti a Valdocco. Dopo la passeggiata del 1861 entrarono all’Oratorio, fra il 15 ottobre e il 4 dicembre, ben 15 ragazzi monferrini; l’anno successivo furono 14. Don Bosco, già noto in diocesi prima degli anni ’60, accolse a Valdocco tra il 1847 e la fine di ottobre del 1863 circa 110 ragazzi della diocesi di Casale, provenienti da una trentina di parrocchie[2].
I numeri risultano altrettanto significativi a riguardo delle vocazioni salesiane provenienti dal Monferrato. Non solo in termini di quantità numerica ma anche di qualità… Secondo la stima fatta da don Luigi Deambrogo, tra le figure di salesiani più riuscite che professarono vivente don Bosco, una ventina provenivano dal casalese: troviamo nomi quali il beato Filippo Rinaldi, nato a Lu Monferrato, terzo successore di don Bosco; don Francesco Provera, di Mirabello, Consigliere generale; Marcello Rossi di Rosignano, splendida figura di salesiano coadiutore; don Luigi Lasagna, nativo di Montemagno divenne vescovo missionario; don Valentino Cassini di Varengo e don Evasio Rabagliati di Occimiano, entrambi illustri missionari. Nel 1888 divenne salesiano Giovanni Balzola di Villamiroglio, anch’egli sarà un grande missionario. Nel 1890 sarà la volta di Pietro Ricaldone, originario di Mirabello, succederà a don Rinaldi alla guida della Congregazione. Bastino questi nomi a confermare come, nei primi decenni della Congregazione, i paesi del Monferrato abbiano sostenuto e fatta propria la missione di don Bosco con il dono di splendide vocazioni alla vita reliogosa.
NOBILTà IN AMICIZIA CON DON BOSCO
Tra i numerosi nobili che ammirarono don Bosco e ne sostennero l’opera spiccano i Conti Callori di Vignale. La Contessa Carlotta Gabriella dei conti di Sambuy e il suo consorte, Conte Federico Callori, beneficarono a tal punto l’opera di don Bosco che, a decenni di distanza dalla loro scomparsa, si pensò di raffigurarne l’immagine sull’entrata laterale della Chiesa di San Francesco di Sales, a loro perenne ricordo. Il Conte fin dal 1860 frequentava l’Oratorio “per dare una mano” insieme ad altri nobili. Sembra che la Contessa abbia incontrato per la prima volta don Bosco nel 1861 quando questo era in visita ai Marchesi Fassati a Montemagno. Nell’arco di pochi anni don Bosco e la Contessa Callori, chiamata “mamma” da don Bosco stesso[3], entrarono in un rapporto di grande confidenza. Prova ne sia la fitta loro corrispondenza: nel terzo volume dell’epistolario di don Bosco curato da don Francesco Motto e relativo agli anni 1869-1872 si contano 25 lettere indirizzate alla contessa, seconda fra i destinatari solo a don Michele Rua e seguita da Papa Pio IX. Nelle sue lettere don Bosco le esprime viva riconoscenza per gli aiuti economici e l’ospitalità ricevuta, assicura preghiere, informa sulle opere in atto, confida preoccupazioni e fatiche. L’aiuto dato in beneficenza dai Callori fu di fondamentale importanza per la realizzazione di imprese assai onerose quali la costruzione del piccolo seminario di Mirabello, l’acquisto della Villa del marchese Scarampi a Borgo San Martino, l’edificazione della Chiesa di Maria Ausiliatrice e della Chiesa di San Giovanni Evangelista in Torino. Perfino per la costruzione della Chiesa del S. Cuore in Roma don Bosco si rivolse ancora alla Contessa. I Callori vennero in soccorso a don Bosco anche in situazioni di emergenze spicciole a cui non si poteva far fronte altrimenti, quali il pagamento del panettiere, il riscatto dei chierici dalla leva ecc… Va notato che la copiosa generosità verso don Bosco perdurò nel tempo, nonostante che la famiglia Callori fu soggetta a croci e disgrazie, non ultima la perdita del primogenito, Giulio Cesare, all’età di vent’anni.
Qualche passaggio estratto dalle lettere di don Bosco alla Callori può far comprendere con chiarezza la profondità della loro relazione:
Quando scrive al povero D. Bosco non dica mai: temo dire troppo… è temerità parlare così etc. Le sue ramanzine, le sue ammonizioni, i suoi consigli saranno sempre accolti con filiale rispetto e con riconoscenza[4].
Nel luglio del 1865 don Bosco comunica alla Contessa il suo dolore per la morte di don Ruffino e la malattia di don Alasonatti e altri confratelli:
Non ho dimenticato il libro; anzi l’ho tuttora di mira; la sola impotenza ne fece differir la stampa. Che mai! Contemporaneamente cinque sacerdoti de’ più importanti caddero ammalati. D. Ruffino jeri otto giorni volava glorioso al Paradiso; il prode D. Alasonatti sta per tenergli dietro, gli altri tre lasciano speranza remota di guarigione. In questi momenti s’immagini quante spese, quanti disturbi, quante incumbenze caddero sopra le spalle di D. Bosco.
Non si pensi per altro che io sia abbattuto; stanco e non altro. Il Signore diede, cangiò, tolse nel tempo che a lui piacque; sia sempre benedetto il suo santo nome. Sono per altro consolato dalla speranza che dopo il temporale succederà bel tempo.
Quando sarà definitivamente stabilita a Vignale spero di poterle fare una visita e potermici fermare qualche giorno.
O[h] Signora Contessa, io mi trovo in un momento, in cui ho gran bisogno di lumi e di forze; mi ajuti colle sue preghiere; e mi raccomandi eziandio alle anime sante che sono di sua conoscenza[5].
Poche settimane dopo don Bosco mostra ancora di avere qualche motivo di sofferenza:
Di quante cose vorrei parlarle, signora Contessa! Preghi per questa casa, che da una parte ha molte benedizioni, dall’altra ha molte croci. In ogni cosa sia fatta la volontà del Signore.
Io non mancherò di pregare eziandio per Lei e dimanderò costantemente due cose: che Ella e la sua famiglia non abbia a patire danno di sorta nell’attuale minaccia del colera; e che la santa Vergine tenga a tutti assicurata una bella camera in Paradiso[6].
In un passaggio di una lettera del 1867, don Bosco scherzosamente professa “obbedienza” alla Callori:
Benemerita Sig[ra] Contessa,
Le madri devono comandare e [non] pregare i loro figli; perciò Ella doveva dire: D. Bosco vada, venga, stia, e D. Bosco anche un po’ indolente avrebbe ubbidito. Ciò sia di regola per altra volta[7].
Intorno al 1881 la Contessa andò incontro a qualche grave incomodo di salute, la guarigione si faceva sospirare nonostante il costante ricordo nella preghiera di don Bosco e dei suoi ragazzi:
Nostra buona Mamma in G. C.,
Non ho più saputo notizie di sua sanità, nemmeno se sia a Vignale o altrove. Se avesse la bontà di farmi dare notizie da qualcuno, se Ella non potesse, mi farebbe veramente piacere, tanto più che so avere alquanto sofferto nel suo viaggio da Torino a Vignale.
Io non so darmi ragione. Spesso ad una sola e breve preghiera Dio concede grazie non ordinarie. Per lei si é pregato e si continua a pregare mattino e sera dai nostri 80.000 ragazzi e finora non so che cosa siasi ottenuto. Povero Don Bosco! Ha perduto tutto il suo credito presso al Signore. […]
Spero che tutta la sua famiglia goda buona salute e che Ella pure andrà migliorando ed io prego Dio che la dia perfetta a tutti e tutti li conservi nella sua santa grazia[8].
Durante l’ultima malattia di don Bosco, la Contessa Callori ottenne di poterlo visitare. Avvicinatasi al suo capezzale – raccontano le Memorie Biografiche – s’inginocchiò, chiese la benedizione e poi uscì subito perché vinta da una profonda commozione, lei “donna forte, benefattrice antica, costante e generosa”[9].
Una seconda famiglia nobiliare molto vicina a don Bosco fu quella dei Marchesi Fassati, i quali avevano una residenza a Montemagno, paese in cui don Bosco più volte passò in visita o soggiornò come loro ospite. Come si è affermato per i Callori, anche i Fassati cooperarono con don Bosco fin dalla prima ora ed ebbero con lui una fitta corrispondenza epistolare. Don Bosco non si stanca di chiedergli aiuti economici per le più disparate esigenze ma, nello stesso tempo, mostra di partecipare di cuore alle loro vicende familiari. Scrive tanto al Marchese Domenico come a sua moglie Maria Assunta e ai figli, Emanuele ed Azeglia; lettere scritte con semplicità e affetto sincero. Particolarmente significativi ci sembrano alcuni consigli spirituali indirizzati ad Emanuele Fassati, in tre successive lettere. Li riportiamo qui si seguito, come per riascoltare la voce di don Bosco nella cura della gioventù, tanto di quella povera e abbandonata come dei figli di famiglie nobili.
Torino, 8 settembre 1861
Caro Emanuele,
Mentre tu godi la campagna col buon Stanislao io vengo in compagnia di Maman a farti una visita con questo biglietto che sono in dovere di scriverti.
Mio scopo si è di farti un bel progetto; ascolta dunque. L’età, lo studio che percorri sembrano sufficienti per essere ammesso alla santa comunione. Io adunque vorrei che la prima Pasqua fosse per te quel gran giorno della santa tua prima comunione. Che ne dici, caro Emanuele? Prova a parlarne co’ tuoi genitori e sentirai il loro parere. Ma io vorrei che cominciassi fin d’ora a prepararti e perciò essere in modo particolare esemplare nel praticare [:]
1º Ubbidienza esatta ai tuoi genitori e ad altri tuoi superiori senza mai fare opposizione a qualsiasi comando.
2º Puntualità nell’adempimento dei tuoi doveri, specialmente di quelli di scuola senza mai farti sgridare per adempierli.
3º Fare grande stima di tutte le cose di divozione. Perciò far bene il segno della santa croce, pregare ginocchioni con atteggiamento composto, assistere con esemplarità alle cose di chiesa.
Avrei molto piacere che mi facessi una risposta intorno alle proposte che ti ho fatto. Ti prego di salutare Azelia e Stanislao da parte mia. State tutti allegri nel Signore.
Iddio vi benedica tutti; pregate per me; tu specialmente, o caro Emanuele, fammi onore colla tua buona condotta e credimi sempre tuo[10].
Torino, 1º giugno 1866
Caro Emanuele,
Nella cara tua lettera che ti sei piaciuto inviarmi domandavi che avessi pregato perché la Santa Vergine ti concedesse buona volontà ed energia di studiare. L’ho fatto volentieri e ben di cuore in tutto il mese di Maria. Non so per altro se io sia stato esaudito. Amerei molto di saperlo; sebbene io abbia motivo a credere affermativamente.
Papà, Maman ed Azelia stanno bene; spesso li vedo alle cinque mezzo di sera, ed il nostro discorso in gran parte è sempre di te. Gli altri sono sempre inquieti per timore che tu non vada avanti nello studio e così aggiunga loro qualche dispiacere ai molti che tu sai già avere avuto in quest’anno. Io li consolo sempre, appoggiato sull’ingegno, buona volontà e promesse di Emanuele. Mi sbaglierò? Credo di no.
Ancora due mesi, e poi che bella festa se i tuoi esami riusciranno bene! Dunque, caro Emanuele, io continuerò a raccomandarti al Signore. Tu fa uno sforzo: fatica, diligenza, sommessione, ubbidienza, tutto sia in movimento, purché riescano gli esami.
Dio ti benedica, caro Emanuele; sii sempre la consolazione de’ tuoi genitori colla buona condotta: prega eziandio per me che di cuore ti sono
Aff.mo amico
Sac. Bosco Gio[11].
Trofarello, 14 settembre 1868
Car.mo Emanuele,
La tua lettera mi ha fatto piacere, e non ho mancato di unire le mie deboli preghiere secondo la pia tua intenzione. Ora non so se Dio abbiaci esauditi o no: tu lo saprai. Ti assicuro però che se la dimanda è di cose utili all’anima e che continui a dimandare con fede, sta certo che sarai esaudito.
Tu mi faresti un vero piacere di fare i più cordiali ossequii a tutta la famiglia e di augurare a tutti sanità, allegria e lunga serie di anni felici. Alla bonne maman sig[ra] c.ssa De Maistre dirai che se passa per Torino avrei piacere di riverirla; e se tu sai un po’ preventivamente il giorno del suo passaggio mi faresti altro vero piacere il farmelo sapere con due sole linee.
Car.mo Emanuele, tu percorri l’età più pericolosa, ma la più bella della vita. Fatti animo: ogni più piccolo sacrifizio fatto in gioventù procaccia un tesoro di gloria in Cielo.
Prega anche per la povera anima mia, e credimi sempre tuo
Aff.mo amico
Sac. G. Bosco[12]
MONS. LUIGI NAZARI DI CALABIANA E MONS. PIETRO MARIA FERRè
Un’analisi dei rapporti di don Bosco con il clero della diocesi di Casale ci porterebbe inevitabilmente lontano, basti considerare tutte le parrocchie visitate durante le passeggiate autunnali per farsi un’idea delle amicizie e dei contatti avuti con parroci e viceparroci della zona. Volendo circoscrivere il campo, tratteremo delle relazioni con due figure chiave della chiesa casalese nel ‘800, mons. Luigi Nazari di Calabiana e mons. Pietro Maria Ferrè, il primo resse la sede di Casale dal 1847 al 1867, dopodiché fu nominato arcivescovo di Milano, il secondo guidò la diocesi dal 1867 al 1886.
Dagli inizi degli anni ’40 fino al 1888 Don Bosco ebbe l’opportunità di conoscere ed entrare in relazione con un buon numero dei vescovi delle diocesi piemontesi. Il rapporto di condivisione e ammirazione reciproca che si venne a creare con Mons. Calabiana fu davvero singolare. E’ stato scritto a tal proposito: “Ci sono rapporti d’ufficio, di cortesia; rapporti di riconoscenza, anche graditi e desiderati, ma quello di Don Bosco con Mons. Calabiana è una cosa ben più grande. Don Bosco è stato apertamente riconoscente e grato a migliaia di persone e fra queste a Cardinali, Vescovi, principi, nobili, poveri e ricchi, ma, per lui, Mons. Calabiana era fuori di tutte quelle categorie e Don Bosco sentiva così”[13].
Mons. Calabiana accolse a Mirabello nel 1863 la prima fondazione salesiana fuori diocesi di Torino. Nel 1864, in vista dell’approvazione della Congregazione salesiana, insieme ad altri benevoli vescovi piemontesi, inviò la sua lettera commendatizia a Roma. Nel 1865 venne invitato per la benedizione della pietra angolare della Chiesa di Maria Ausiliatrice, per impegni improvvisi egli comunicò via telegrafo la sua impossibilità a intervenire. Dal 1863 al 1867 ogni anno, nella casa di Mirabello, esaminò di persona i chierici di don Bosco, studenti di filosofia e teologia. Dal 1867 al 1893 fu trasferito alla sede di Milano. L’ultimo incontro tra don Bosco e Mons. Calabiana avvenne proprio a Milano nel settembre del 1886. Il fisico di don Bosco è ormai già gravemente provato eppure egli decide di recarsi nel capoluogo lombardo per incontrare i cooperatori ma anche per dare un ultimo saluto riconoscente a Mons. Calabiana.
In questa determinazione un motivo personale ebbe gran peso. Egli sentiva quante obbligazioni lo legassero all’arcivescovo Calabiana per i benefizi dal medesimo ricevuti durante il suo episcopato casalese ed era contento di avere un’occasione per rendergli un pubblico attestato della propria riconoscenza prima di lasciare questa terra[14].
Narrano le Memorie Biografiche che il commuovente incontro fra i due anziani amici incluse una reciproca benedizione nel nome del Signore.
Il venerando Prelato pressochè ottuagenario, mossogli incontro, lo abbracciò con tenerezza e lo ricevette con ogni dimostrazione di stima e di cordiale amicizia. – Eccellenza, erasi affrettato a dirgli Don Bosco, prima di morire io voleva rivederla ancora una volta e ricevere la sua benedizione.
Monsignore si mostrò affabilissimo anche con i Salesiani che accompagnavano Don Bosco e prese tosto a parlare in dialetto, ricordando il natio Piemonte e le proprie relazioni con Don Bosco e con i suoi figli. Il Servo di Dio appariva stanco; perciò dopo una breve refezione fu condotto a riposare nella camera a lui assegnata. Alle cinque e mezzo, ora del pranzo, egli aveva ripigliato vigore, sicchè tenne animata la conversazione fra gli invitati. Dopo ricevette alcune visite. Quando, verso le dieci, s’andò a letto, l’Arcivescovo volle prima la benedizione di Don Bosco; perciò ben prevedendone le resistenza, gli s’inginocchiò di botto davanti con atto divotissimo e appresso lo riabbracciò con affetto e lo accompagnò nella sua stanza[15].
Sostegno e ammirazione don Bosco raccolse anche da Mons. Ferré, il quale nel 1867, probabilmente anche su segnalazione di don Bosco, venne trasferito alla diocesi di Casale. A pochi mesi dall’inizio del nuovo mandato, mons. Ferrè ricevette una lettera di don Bosco con accluso il testo delle costituzioni salesiane, ancora da approvarsi. In questa lettera, datata 28 settembre 1867, il prelato leggeva parole di sentito incoraggiamento:
Comprendo benissimo che sul cominciamento della amministrazione di una diocesi ne’ tempi che corriamo avrà da superare molte e gravi difficoltà; ma abbiamo di che confortarci.
Non voglio che l’allievo dia avvisi al maestro, tuttavia dirò: l’ajuto divino non le mancherà; se S. Paolo diceva omnia possum in eo qui me confortat, perché non potrà dirlo V. E. come successore dell’apostolo nel ministero episcopale?
Inoltre non sarà solo: di mano in mano che conoscerà il suo clero scorgerà uomini fedeli e coraggiosi che le daranno mano forte; ma è indispensabile che si vada molto adagio per conoscere, scegliere per quindi operare. Ho piena fiducia che in Mirabello avrà una casa di fedeli suoi servitori che nella loro pochezza faranno ogni sforzo per coadiuvarla[16].
Agli inizi del 1868 Mons. Ferré concedeva a don Bosco, insieme alla sua lettera commendatizia, anche l’approvazione diocesana della Società salesiana e delle relative Costituzioni: fu un riconoscimento giuridico ufficiale determinante. L’appoggio di Mons. Ferrè a don Bosco era motivo di speranza in un percorso istituzionale non privo di difficoltà e imprevisti come fu l’iter della Congregazione salesiana.
“Il vescovo di Casale è tutto benevolo per le nostre case e ci fa tutto il bene che può, è questa la più grande consolazione che in questi momenti io posso avere”[17] scriveva don Bosco alla Contessa Callori nell’aprile del 1868. Poche settimane dopo, il 9 giugno 1868, Mons. Ferrè presiedeva due celebrazioni con cui si apriva l’ottavario per la consacrazione della Chiesa di Maria Ausiliatrice. Nello stesso anno a lui fu richiesto di ordinare sacerdote don Paolo Albera, che diverrà il secondo successore di don Bosco. L’ordinazione avvenne nel palazzo vescovile di Casale Monferrato il 2 agosto. Nel mese di settembre ricevette per sua mano il presbiterato don Giuseppe Fagnano, futuro missionario e prefetto apostolico della Terra del Fuoco. L’anno successivo per le mani del vescovo di Casale diventava sacerdote don Giuseppe Cagliero, cugino di don Giovanni Cagliero: tale ordinazione, denotante la larga disponibilità di mons. Ferrè verso don Bosco, causò un serio incidente “diplomatico” con Mons. Riccardi, vescovo di Torino decisamente più rigido nell’osservanza delle norme giuridiche[18]. Mons. Ferré confermò il suo sostegno a don Bosco anche durante l’episcopato torinese di Mons. Gastaldi, dimostrando di comprendere la situazione e le ragioni del Fondatore nello sviluppo incipiente della Congregazione.
FONDAZIONI SALESIANE AL TEMPO DI DON BOSCO
Il Collegio San Carlo di Mirabello, aperto come si accennava nel 1863, costituì la prima fondazione salesiana vera e propria fuori Torino. Il seminario di Giaveno, infatti, dove i salesiani operarono solamente dal 1860 al 1862, era posto sotto la direzione di un sacerdote non appartenente alla Congregazione. A Mirabello il terreno e un modesto stabile vennero offerti a don Bosco da Giovanni Battista Provera, padre di don Francesco Provera da noi già menzionato. Fu possibile edificare un nuovo edificio da adibirsi a collegio grazie al generoso aiuto dei Conti Callori. L’Istituto, date le sue finalità e l’appoggio di Mons. Calabiana, venne concepito come piccolo seminario diocesano e tale fu presentato ai parroci della zona. Direttore della prima comunità salesiana fu don Michele Rua, allora 26enne e unico sacerdote del gruppo. A lui don Bosco fece pervenire alcuni avvisi ossia consigli spirituali e pastorali che, ulteriormente sviluppati, costituiranno un piccolo vademecum per ogni direttore salesiano. Il Collegio partiva con 90 giovani, ma già all’inizio del secondo anno giungeva a quasi 150 studenti, per aumentare ancora negli anni seguenti. Tuttavia a fine anni ’60 ci fu una flessione del numero degli allievi, cause probabili l’insalubrità e l’isolamento del luogo. Nel 1870 il Collegio venne allora trasferito a Borgo San Martino grazie all’acquisto della villa del marchese Scarampi. Nel 1874, su richiesta di don Bosco, arrivò a Borgo San Martino una piccola comunità di Figlie di Maria Ausiliatrice: era la prima fondazione dell’Istituto fuori Mornese, il loro servizio in lavanderia e cucina risultava prezioso per il buon andamento del collegio. Vivente don Bosco, sorsero in diocesi altre fondazioni delle Figlie di Maria Ausiliatrice, le quali si diffusero sul territorio piemontese in maniera più capillare rispetto ai Salesiani grazie a piccole presenze. I paesi della diocesi che videro una comunità di suore salesiane furono, insieme a Borgo San Martino, Lu Monferrato (1876), Rosignano Monferrato (1882), Scandeluzza (1885).
Don Bosco passò in visita più volte alle case di Mirabello, prima, di Borgo San Martino poi. In quelle occasioni tenne delle conferenze memorabili come per esempio il discorso rivolto ai salesiani cooperatori a Borgo San Martino, nel 1880[19]. Qualora non potesse recarsi di persona, don Bosco si fece presente con lettere collettive, rivolte a giovani e salesiani. Anche questi testi rivelano l’affetto paterno e sollecito di don Bosco per la gioventù monferrina:
[Torino, inizio luglio 1864]
Ai miei cari figliuoli di Mirabello.
Ho ritardato, amati figliuoli, a farvi visita come aveva promesso, ma quello che mi rincresce si è non aver nemmeno potuto andare a far la festa di S. Luigi. Studio ora il modo di ricompensare il ritardo colla più lunga dimora tra voi. Martedì a sera, a Dio piacendo, per l’ultima [corsa] della sera sarò a Mirabello. Ma perché prevenirvi? Non basta intervenire secondo il solito? No, miei cari, non basta. Ho bisogno di parlarvi in pubblico per raccontarvi alcune cose, che so tornare di vostro gradimento, di parlarvi privatamente di cose niente piacevoli, ma che è necessario che sappiate; di parlarvi poi in un orecchio per rompere le corna al demonio che vorrebbe divenire maestro e padrone di taluni di voi. Qui metto una nota che in una visita fatta testé ho potuto fare di alcuni i quali hanno bisogno d’essere in modo speciale prevenuti e prego il vostro sig. Direttore a voler dire loro da parte mia che ho grave bisogno di parlar alla loro anima, al loro cuore, alla loro coscienza, ma questo mio bisogno è solamente per far del bene alle anime loro.
Del resto io vi dico che nelle frequenti visite che vi fo, ho veduto cose che mi danno molta consolazione; specialmente quelli che frequentano esemplarmente la santa comunione e compiono esemplarmente i loro doveri. Ho eziandio notato le piccole negligenze di taluni; ma di queste non ne fo gran caso.
In mezzo a tutto questo non datevi pena di sorta[:] io vado tra voi come padre, amico e fratello; datemi solamente il cuore nelle mani alcuni istanti, poi saremo tutti contenti. Contenti voi per la pace e per la grazia del Signore, di cui sarà certamente arricchita l’anima vostra; contento io che avrò la grande e sospirata consolazione di vedervi tutti in amicizia con Dio creatore.
Ma questo è tutto per l’anima e pel corpo c’è niente? Certamente dopo che avremo dato all’anima quanto le occorre, non lasceremo il corpo digiuno. Fin d’ora mi raccomando al sig. prefetto che dia gli ordini opportuni per passare una bella giornata e se il tempo lo permetterà di fare anche tutti insieme una passeggiata.
La grazia di nostro Signor Gesù Cristo sia sempre con voi; e la Santa Vergine vi faccia tutti ricchi della vera ricchezza che è il santo timor di Dio. Amen.
Pregate per me che vi sono con tutto il cuore
aff.mo in G. C.
Sac. Gio. Bosco
P.S. Speciali saluti ai preti, maestri, assistenti ed alla famiglia Provera, specialmente al caro papà[20].
Alla vigilia del 1869 mandava alla comunità di Mirabello la cosiddetta strenna ossia un augurio per l’anno nuovo con propositi spirituali ai salesiani, tra cui il direttore don Giovanni Bonetti, e ai giovani:
Torino, 30 dicembre 18]68
Car.mo D. Bonetti,
Grazie del buon capo d’anno. Mi serve a maraviglia per estinguere la passività della casa. Grazie anche a D. Provera.
Ora passiamo alla strenna.
Tu e D. Provera ditevi sempre i difetti senza mai offendervi.
Per la società: Risparmiare viaggi, e per quanto si può non si vada a casa dai parenti. Il Rodriguez ha stupenda materia su tale argo[men]to.
Ai giovani: che promuovano colle opere e colle parole la frequente comunione e la divozione alla beatissima Vergine.
Tre argomenti a chi predica:
1º Evitare i cattivi discorsi e le cattive letture.
2º Evitare i compagni dissipati o che danno cattivi consigli.
3º Fuga dell’ozio, e pratica di tutte le cose che possono contribuire a conservare la santa virtù della modestia.
Tu poi vedi tutto, parla con tutti, il resto lo farà la bontà del Signore.
Ogni bene a te[,] a tutta la Mirabelle[se] famiglia: Amen.
Aff.mo in G. C.
Sac. G. Bosco
P.S. Il Direttore delle scuole promuova le assoc. alla biblioteca italiana[21].
Una decina d’anni dopo don Bosco rivolgeva agli alunni di Borgo San Martino un’intera lettera riguardante il discernimento vocazionale e la scelta dello stato:
Ai miei amati figli di 4ª e 5ª ginnasiale di Borgo S. Martino,
Prima d’ora avrei desiderato di rispondere ad alcune letterine scrittemi dal caro vostro Professore e da parecchi di voi. Non potendo ciò fare a ciascuno in particolare, scrivo una lettera per tutti riserbandomi di parlate a ciascuno privatamente nella prossima festa di S. Luigi.
Ritenete adunque che in questo mondo gli uomini devono camminare per la via del Cielo in uno dei due stati: Ecclesiastico o secolare. Per lo stato secolare ciascuno deve scegliere quegli studi, quegli impieghi quelle professioni, che gli permettono l’adempimento dei doveri del buon cristiano e che sono dì gradimento a’ proprii genitori. Per lo stato ecclesiastico poi, si devono seguire le norme stabilite dal nostro Divin Salvatore: Rinunziare alle agiatezze, alla gloria del mondo, ai godimenti della terra per darsi al servizio di Dio e così vie meglio assicurarsi i gaudii del cielo, che non avranno più fine. Nel fare questa scelta ciascuno ascolti il parere del proprio Confessore e poi senza badare nè a Superiori nè ad inferiori, nè a parenti nè ad amici risolva quello che gli facilita la strada della salvezza e lo consoli al punto della morte. Quel giovanetto che entra nello stato ecclesiastico con questa intenzione, egli ha morale certezza di fare gran bene all’anima propria ed all’anima del prossimo.
Nello stato ecclesiastico inoltre Vi sono molte diramazioni che devono tutte partire da un punto e tendere al medesimo centro che è Dio. Prete nel secolo, prete nella religione, prete nelle missioni estere sono i tre campi in cui gli evangelici operai sono chiamati a lavorare ed a promuovere la gloria di Dio. Ognuno può scegliere quello che gli sta più a cuore. più adattato alle sue forze fisiche e morali, prendendo consiglio da persona pia, dotta e prudente. A questo punto io dovrei sciogliervi molte difficoltà che si riferiscono al mondo, che vorrebbe tutta la gioventù al suo servizio, mentre Dio la vorrebbe tutta per sè Tuttavia procurerò verbalmente di rispondere, o meglio spiegare le difficoltà che a ciascuno possono occorrere nel prendere qualcuna di queste importanti deliberazioni.
La base poi della vita felice di un giovanetto è la frequente comunione e leggere ogni sabato la preghiera a Maria SS. sulla scelta dello stato, come sta descritta nel Giovane Provveduto.
La grazia di N. S. G. C. sia sempre con voi tutti e vi conceda il prezioso dono della perseveranza nel bene. lo vi raccomanderò ogni giorno al Signore e voi pregate anche per me che vi sarò sempre in G. C.
Torino, 17 Giugno 1879[22].
CONCLUSIONE
Dall’excursus compiuto emerge evidente lo stretto rapporto che intercorse tra don Bosco e il laicato e il clero monferrino. A ragione è stato affermato che don Bosco ha beneficato con predilezione la diocesi di Casale Monferrrato[23], d’altra parte la storia dell’opera salesiana è stata resa possibile anche grazie alla generosità di molte vocazioni provenienti da quelle terre. In un certo senso uno scambio di doni, e tutto per la salvezza delle anime, soprattutto dei più giovani.
Fonti e studi consultati
- Bosco Giovanni, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di Francesco Motto, 5 vol., LAS, Roma 1991-2012.
- Epistolario di S. Giovanni Bosco, vol. III: 1876-1880, a cura di Eugenio Ceria, SEI, Torino 1958; vol. IV: 1881-1888, Torino 1959.
- Memorie Biografiche di Don (del Venerabile… del Beato… di San) Giovanni Bosco…, 19 vol. (da I a IX: Lemoyne Giovanni Battista; X: Amadei Angelo; da XI a IXX: Ceria Eugenio) + 1 vol. di Indici (Foglio Ernesto). San Benigno Canavese-Torino 1898-1939. Indici, 1948.
- Braido Pietro, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, vol. I, LAS, Roma 2003.
- Deambrogio Luigi, Le passeggiate autunnali di don Bosco per i colli monferrini, Istituto Salesiano “Bernardi Semeria”, Castelnuovo Don Bosco (Asti) 1975.
[1] Luigi Deambrogio, Le passeggiate autunnali di don Bosco per i colli monferrini, Istituto Salesiano “Bernardi Semeria”, Castelnuovo Don Bosco (Asti) 1975, 154.
[2] I dati vengono riportati da Luigi Deambrogio, Le passeggiate autunnali, 432-433.
[3] Luigi Deambrogio, Le passeggiate autunnali, 354; sull’uso dell’appellativo “mamme” rivolto da don Bosco a qualche benefattrice cfr. Pietro Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, vol. 2, LAS, Roma 2003, 41-42.
[4] Bosco Giovanni, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di Francesco Motto, vol. 2, LAS, 1996, lett. 787 (13 dicembre 1864).
[5] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 839 (24 luglio 1865).
[6] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 847 (31 agosto 1865).
[7] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 1101 (19 ottobre 1867).
[8] Epistolario di S. Giovanni Bosco. A cura di Eugenio Ceria, vol. 4, SEI, Torino, 1959, lett. 2211 (senza data, probabilmente estate 1881).
[9] MB XVIII; 499-500.
[10] Bosco Giovanni, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di Francesco Motto, vol. 1, LAS, 1991, lett. 519.
[11] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 928.
[12] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 1214.
[13] Luigi Deambrogio, Le passeggiate autunnali, 230.
[14] MB XVIII, 195.
[15] MB XVIII, 196.
[16] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 1096.
[17] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 1175.
[18] Pietro Braido con più correttezza parla di “incidente nell’ambito della disciplina ecclesiastica” e di “ordinazione ai limiti della trasgressione”, cfr. Pietro Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, vol. I, LAS, Roma 2003, 534.
[19] Cfr. Una memoranda giornata nel collegio di Borgo San Martino, Bolletino Salesiano 4 (1880) n. 8, agosto, 7-11. Tutte le annate del Bollettino Salesiano sono consultabili via internet.
[20] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 755.
[21] Bosco Giovanni, Epistolario, vol. 2, lett. 1262.
[22] MB XIV, 125-126.
[23] Luigi Deambrogio, Le passeggiate autunnali, 159.
CARTINA